E IL CIELO DI PARIGI PIANGE.

Oggi a Parigi piove, anche il cielo piange. Non si sente nulla se non quel silenzio assordante, quasi malinconico della pioggia. Una pioggia diversa dalle solite, tanto da non rendere giustizia alla magica Parigi “da film” come quella nelle scene iniziali del film di Woody Allen. Questa volta di magico non rimane nulla e la città dell’amore per un giorno si veste a lutto, con la rabbia e il dolore cuciti addosso, colpita nel cuore.

Rimane il rumore assordante e silenzioso della pioggia, contrastante, di quel cielo grigio che diviene quasi un dipinto pittoresco, incomprensibile. La sporca e opaca rappresentazione di una fantomatica realtà dai confini indistinguibili. Lo sgomento, il minuto di silenzio in ogni angolo di città – dai palazzi del potere fino alle metropolitane – e il pianto sul volto di qualche centinaio di persone riversate in piazza, sotto i loro ombrelli neri e con in mano un cartello “JeSuisCharlie”. Il dolore prende forma, trascende le logiche razionali e si materializza sotto l’eco di un tuono, di un presagio che vede Parigi bagnarsi di una pioggia nera come la pece. Di quel fango che nemmeno il suo incessante cadere riesce a togliere. E’ tutto vero, non rimane nemmeno il suono di una parola (una singola parola inerme, quanto un singolo disegno di una vignetta) che possa spiegare questa deplorevole follia in nome di un Dio che solo a pensarci è uguale per tutti. Semmai esista un Dio.

Tuona, il cielo richiama l’eco sonoro dei bagliori che implodono fra le nuvole. L’orizzonte, colui che immagini orizzontale invece tramuta in un qualcosa di trascendentale, verticale, metafisico. Sembra quasi la vertigine di una guerra. Una guerra che Oriana Fallaci dipingeva in un suo famoso articolo dopo gli attentati terroristici del 2005 di Londra.

Aveva capito ciò che tutti noi ignoravamo, presi da quella certezza che mai nulla del genere si sarebbe potuto materializzare. Ma ciò che lei affermava, parlava di un qualcosa di più grande, che abbatteva i confini terreni e invadeva le frontiere delle nostre stesse culture, delle nostre civiltà, identità, unicità. Parlava di un’europa unita solo nella semantica del nome ma fragile nell’etimologia che la vedeva mutare, trasformarsi in “Eurabia”. Quella colonna dell’Islam nella quale l’invasione islamica ora non procede soltanto in senso fisico ma penetra anche nelle menti e nella cultura. Ci invade letteralmente, estirpando le parole e la logica razionale e democratica dell’Occidente, di un’Europa codarda e vigliacca, “dedita al servilismo degli invasori che hanno avvelenato la nostra democrazia, con ovvie conseguenze per la libertà di pensiero e per lo stesso concetto di libertà”. Questo recitava Oriana Fallaci, solo che lei è morta e a pagare il prezzo delle sue parole sono stati dei giornalisti di una rivista satirica consapevoli del rischio che correvano nel difendere un principio, un ideale.

«Charlie Hebdo» non è (o non era) solo la testata di un giornale di Parigi, ma quello di un’istituzione del giornalismo irriverente e anticonformista, del tempio della satira politica. Si sa, le sue vignette fanno male, sono beffarde, senza timori reverenziali per nessuno. Gli attentatori che hanno fatto una strage nella sua sede non ne avranno sopportato lo spirito di libertà, il suo non piegarsi a nessuna autorità. Sono entrati massacrando persone inermi nel giornale che era stato indicato ai bigotti dell’integralismo islamista come un covo di infedeli che osavano irridere tutto e tutti. Ma la mano degli stragisti si è mossa animata dal fondamentalismo fanatico, dall’oltranzismo religioso, da chi non sopporta la laicità, la critica, le opinioni diverse, l’ironia. Sono nemici delle nostre libertà.

Oggi il cielo piange e non basterà qualche parola a rimediare a questo scempio, come non servirà una guerra in nome di un amico immaginario a risolvere le cose, ma osservate bene la punta di una matita o di una penna e quella di una pistola, noterete la differenza tra civiltà e terrorismo.

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